
Chiaramente è un titolo provocatorio, ma pensavo che nel 2019 (ormai 2020) non ci sarebbero più state differenze così abissali… disparità di trattamenti… mala informazione… E invece no.
Se possibile, questo GAP si sta ampliando sempre di più per colpa/grazie allo sviluppo galoppante della tecnologia.
Di cosa sto parlando? Ma del razzismo nei confronti della rivendita tradizionale e di tutti quegli esercizi commerciali che non sono sotto il cappello di Nielsen e delle sue ricerche.
Perché diciamocelo, se la nostra azienda ha come cliente la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) o la GD, sappiamo vita, morte e miracoli del settore, il grado di concentrazione, chi è il leader, i prezzi medi, le differenze esistenti tra le varie province e regioni, ecc… Se invece, come molte aziende produttrici, tra i nostri clienti c’è Mario Rossi che gestisce la ferramenta sotto casa ereditata dal papà o magari dal nonno, capite innanzitutto che come il Sig. Mario ci sono migliaia di clienti, tutti diversi tra loro, con idee, culture e caratteri diversi, il tutto in una quasi totale mancanza di informazioni.
Magari si riescono a recuperare alcuni dati sul sito ISTAT e solo dopo elaborazioni ed incroci vari si può riuscire a farli diventare informazioni, ma sono davvero parziali. E non è così facile perché magari il Sig. Mario ha registrato la sua attività come Ferramenta, la Sig.ra Elisa come drogheria mentre il Sig. Paolo come utensileria, quindi attività sulla carta diverse, ma sicuramente per alcuni articoli possono essere concorrenti.
In quest’ambito potrebbero fare molto di più dal mio punto di vista le associazioni di settore ricoprendo il ruolo di pivot e di moderatore con le aziende partner, raccogliendo i fatturati, i quantitativi (e di conseguenza il prezzo medio) e magari il margine di ogni singolo aderente all’associazione, per poi aggregarlo in modo anonimo e fornire poi un output a tutte le aziende che hanno partecipato. Un’attività di questo tipo veniva e viene fatta da AVISA, il gruppo di Federchimica che si occupa nello specifico del settore vernici e devo dire che era molto utile perché forniva degli indicatori su come si stava muovendo il mercato rispetto alla nostra azienda. Inoltre confrontando i risultati anno su anno, mantenendo invariate le categorie analizzate, si possono individuare dei trend di consumo/acquisto utili per la definizione di nuovi prodotti o la manutenzione degli attuali.
Un altro punto di sostanziale differenza è il ruolo del nostro interlocutore. Nella GDO parlo con una persona di riferimento della divisione acquisti o del marketing, probabilmente con una laurea, che parla “la mia stessa lingua”, anzi sempre di più è la grande distribuzione che sviluppa delle iniziative individuali di comunicazione, fidelity card, raccolta punti, campagne su social, ecc alla quale è l’industria produttrice che si deve adattare. Nel caso della rivendita tradizionale invece, salvo caso di titolari “illuminati”, ci troviamo a parlare con persone che sono assolutamente restie al cambiamento (perché cambiare? è sempre andata bene così…. Cit.), molte volte avverse all’utilizzo di PC, email, internet e che “giustamente” dicono che a casa loro fanno quello che vogliono. Se poi consideriamo che anche lo spazio a disposizione di ciascun rivenditore il più delle volte è di 100mq, capite che i prodotti in esposizione (leggi l’approfondimento sugli espositori) sono ammassati uno sopra l’altro alla faccia del visual merchandising e del brand.